la bella degli specchi di M.Tobino Lucida Mansi a ventidue anni rimase vedova. Aveva gli occhi nerissimi che aggiungevano qualcosa di infrenabile al perfetto ovale del viso. Per celebrare la morte del marito, vestita in strettissimo lutto, più spesso fu vista in chiesa, e il colore dell'abito la faceva ancora più snella, l'ambra della pelle spiccava più delicata, i lucidi capelli di corvo apparivano fra la scompostezza dei veli. Sapeva di essere bella ma in quei primi giorni, per la curiosità che destava, per gli uomini che la guardavano più liberamente, per la nuova condizione di ricchissima padrona, si mirò più attenta e si rapì di se stessa: una gioia come un vento le rise nell'animo; e cominciò ad amoreggiare cogli specchi.
Nel Seicento, il secolo in cui Lucida visse, gli ori, i velluti, le sete, gli stucchi, i morbidi cordoni colorati invitavano ad adorare la carne. La villa di Lucida era situata sulla collina che guarda il Serchio stendersi per l'ampia pianura che lo culla fino al mare. Sul fianco sinistro splendeva, e ancora brulica, la città di Lucca dalla straordinaria acutezza nella mercatura, stretta nelle mura, densa di torri e chiese. I saloni della villa di Lucida si susseguivano viola e damasco; i candelabri gonfi di cristalli, quando alla buona stagione i servi aprivano le grandi finestre, tinnivano una infantile musica; ma nella sua stanza, dopo la morte del marito, Lucida popolò le pareti del suo nuovo amore: specchi di ogni foggia e misura, tersissimi, guardarono da ogni lato e quello di maggior confidenza fu sopra il letto a sostituire il tetto del baldacchino, così che Lucida sdraiata, le vesti non più necessarie, in questo si contemplava e dalle pareti gli altri specchi rubavano quanto potevano e se, per i movimenti, delle bellezze si nascondevano altre ne sorgevano.
In primavera le belle braccia si mossero nude, Lucida chiamò nella villa il primo amante, al quale seguì un secondo e il primo disse disperate parole e Lucida sorridendo invitò i servi ad allontanarlo.
Già Lucca formicolava su di lei ogni voce, quasi sospettasse il futuro: che quella donna fosse l'emblema della sua brama, senza però essere accompagnata dalla pesante ansia del peccato.
Nel Seicento i frati, i conventi, le sacre cerimonie, l'incenso, le monache, le funzioni ordinarie e straordinarie, erano fitte e dense.
Anche Lucida, entrata in chiesa, ungeva le dita nell'acquasantiera, si segnava, si genufletteva, alzando le lunghe ciglia alla Madonna, e, il popolo aprendosi al suo passaggio, si dirigeva alla poltrona di famiglia poco distante dall'Altare maggiore. Devota seguiva il rito della Messa sorreggendo con le due mani il libro nero, ma come suonava il primo campanello, al Sanctus, una gioiosa luce la illuminava e cominciava a sfogliare le pagine nere e quando col dito sentiva che una soltanto ne mancava, fermava le mani in attesa e al campanello dell'Elevazione, mentre la folla in timorosa reverenza chinava la fronte verso terra, mentre tutti si piegavano quasi volessero nascondere il corpo sì che soltanto l'anima adorasse, Lucida apriva il suo tabernacolo, metteva a nudo lo specchio che sostituiva una delle pagine del libro e inebriata si rimirava.
Piansero fidanzate e madri; già Lucida aveva provveduto al trabocchetto, lei stessa aveva ordinato e controllato i lavori; l'agile meccanismo che si doveva toccare perché il pavimento si aprisse nel vuoto era un frivolo gingillo nascosto dietro una tenda; laggiù in fondo le fresche lame sembrava ridessero in attesa.
Nel Seicento il denaro e la gloria della stirpe erano una infrangibile legge. Spesso la bellezza è sposa della crudeltà. (Anche oggi il popolo ricorda a bassa voce in quale parte del castello si consumava la tortura, per quale corridoio ci si avvicinava, con quale lusinga Lucida portava l'amante sul pavimento che era per aprirsi e come lo invitava a rimanere in quel punto mentre lei si avvicinava al grazioso gingillo che scattava con un ghigno soffocato. Ed anzi si racconta che mentre l'innamorato attendeva, Lucida fosse presa da un vento di gioia disumana che la faceva bella come non mai e il giovane, precipitando verso le lucide lame, invece di gridare orrore continuasse a guardarla rapito).
I saloni della villa di Lucida si susseguivano viola e damasco; i candelabri gonfi di cristalli, quando alla buona stagione i servi aprivano le grandi finestre, tinnivano una infantile musica; ma nella sua stanza, dopo la morte del marito, Lucida popolò le pareti del suo nuovo amore: specchi di ogni foggia e misura, tersissimi, guardarono da ogni lato e quello di maggior confidenza fu sopra il letto a sostituire il tetto del baldacchino, così che Lucida sdraiata, le vesti non più necessarie, in questo si contemplava e dalle pareti gli altri specchi rubavano quanto potevano e se, per i movimenti, delle bellezze si nascondevano altre ne sorgevano.
D'inverno il grande camino della camera di Lucida avvampava ogni seta gettando nell'alcova fasci di rossi raggi; d'estate, mentre nella campagna infuriavano le cicale, Lucida ondeggiava sulle sue nudità le lunghe frange di un ventaglio e a ogni battito il respiro estivo era vinto da un soffio di primavera.
Dopo aver udito l'ultimo gemito si ritirava dunque Lucida nella sua alcova e, liberamente sdraiatasi, mentre laggiù ancora caldo il bel giovane senza respiro sorrideva con le braccia aperte, riviveva quelle ultime ore, seguiva attentissima la successione degli atti e perfino inaspettata e subito scacciata, sentiva pungersi dalla tenerezza materna e, scorrendo il tempo, ultimato quel piacere, infine serena e sveglia, chiamava le serve ad accudire la sua persona.
Ma del resto il trabocchetto di rado si aprì e solo per coloro che, poveri e indifesi, avevano osato farle battere il cuore.
Passarono anni e continuò incontrastato il fascino di Lucida Mansi; già per la pianura di Lucca si diceva che la sua bellezza avesse vinto il tempo.
Ma un tardo pomeriggio d'estate, la sera si accingeva a preparare le lampade, Lucida inorridì per una improvvisa scoperta: una ruga, un solco si partiva dall'angolo esterno dell'orbita prolungandosi verso la tempia; terrorizzata, febbrilmente, senza chiamare il servo, accese i candelabri e accostato specchio e viso alle fiamme, quasi a bruciarsi, guardò, riguardò, e udì il primo stridente gracidio della vecchiaia; allora in furia attentissima osservandosi
da per tutto, con occhi ben diversi dal passato, altre pecche scoprì; e le apparve il fatale disegno del futuro.
Per tutta la notte preda di una fantasia spietata, udì le fresche risate delle fino allora tacite rivali, ascoltò le motteggiatrici lodi su quella che fu una volta la bellezza di Lucida; acuto le giunse il selvaggio grido delle madri liberate dall'incubo; in schiera passarono gli uomini ora giudici equilibrati, ciascuno con le labbra ironiche per il paragone con l'ultima fanciulla incontrata; vide i servi della casa, unici servitori rimasti, ridere dietro le porte e sbellicarsi in cucina per i belletti della padrona; e, di nuovo, di nuovo risuonò il trillo crepitante delle festose rivali; sfilarono schiere di fanciulle, un mazzo di fiori serrati al petto, più fresche di quelli.
La mattina dopo, intatta di maestoso imperio, dette ordine che nessuno la visitasse.
Chiusa, serpe raggomitolata, a ogni secondo meno amorosi gli specchi, ricca di tutte le meditazioni, corsero trenta giorni.
E in uno stesso caldo e tardo pomeriggio, nello stesso attimo di quando un mese prima aveva scoperto il primo segno infamante, le comparve al lato un bellissimo giovane che la guardava non pronunciando parola.
Aveva gli occhi nerissimi e lucidi per il ballo che vi faceva una gaia luce, la fronte ampia e di misura così equilibrata che a contemplarla dava insieme un senso di immacolatezza e di fastidio, l'ovale del volto era di delicatezza femminile, la bocca voluttuosa e avida non nascondeva il ghigno sardonico, il piccolo naso aveva le pinne come sul punto di fremere, inanellati capelli di splendore corvino aggiungevano una perfetta cornice a quel volto così bello.
Era vestito di velluto viola e pur non avendo a fianco lo sciabolino dorato ricordava certi cavalieri della Repubblica veneta il giorno di una grande cerimonia.
Lucida, nuda, volta verso di lui, appena mosse lo specchio a proteggere l'ombra più pudica, né si turbò e dimentica della disperazione, senza domandarsi in che modo quel giovane era apparso nella sua stanza e perché le sorridesse quasi la conoscesse da lungo tempo, continuò a mirarlo.
In quei momenti alla bellezza del viso di Lucida si aggiunse, fu l'unica volta, la soave luce della pietà, era una umana donna indifesa pronta ad essere trastullo dell'amore; continuava a mirare quel giovane senza pronunciare parola, pronta ad accettare tutto ciò che le fosse venuto da lui, anche le offese e le crudeltà.
Egli disse: « Lucida, da vent'anni ti seguo ».
La voce che pronunciò queste parole risuonò quale un limpido profondo accordo di una arpa toccata da mano femminile, parve che fosse lo specchio del paesaggio che si vedeva al di là della veranda, con le piante dorate dal tramonto.
I1 giovane ripeté: « Lucida, da vent'anni ti seguo; ti amo da quando ragazza quel giorno lusingavi tua sorella a farti il ritratto e ti sciogliesti i capelli e ti accendesti in ogni grano di te stessa ».
Continuò: « Sono il diavolo, Lucida. è tempo che ci si sposi. Ho vissuto i tuoi voluttuosi delitti, non c'è pianto di madre che non abbia udito né disperata ira di fidanzata che non abbia seguito in ogni suo nodo, affettuosamente contemplai la pensierosa preoccupazione delle sorelle. Tu sei il più bell'amore che ho in questo secolo, da vent'anni ti amo, ogni tuo pensiero suona dentro di me come un violino innamorato. Non c'è attimo di questi tuoi ultimi trenta giorni che non abbia seguito: sta per compiersi il nostro sposalizio ».
Lucida, nuda, a ogni sillaba avvampandosi, eppure con le membra ghiacce, ancora il viso rapito in quello del giovane, dimentica dell'estremo pudore, smemoratamente mosse lo specchio dall'inguine verso il viso.
«Devi sposarmi, Lucida, o lo specchio che ti avvicini sarà il tuo nemico. »
E con quella gioia che non è degli umani, ma di questi si nutrisce, continuò su quella povera carne: « Sono venuto, Lucida, a salvarti, mi darai la tua anima e per trent'anni sarai ancora la più bella, persino le fanciulle impallidiranno di fronte a te. La tua corte splenderà come non mai, quelle risate che già ti echeggiano, quelle sfide di sguardi che giustamente hai immaginato, si convertiranno in lacrimevoli preghiere; ciò che ti bolliva nei sogni dell'adolescenza e che solo in parte hai vissuto, si compirà; sarai uguale a una Vittoria che vola con le vesti che la modellano. E per tutto questo mi devi dare soltanto l'anima.Devi dire soltanto:sì»
Lucida, le membra fredde, perdutamente mirando il bellissimo giovane, sospirò il soffio del "sì". Immediatamente il diavolo scomparve. Immediatamente ogni fibra di Lucida si paragonò alla primavera.
Ardenti gli specchi assistettero alla rinascita. Umida del chiarissimo incanto Lucida si sollevò dall'alcova, pronta ad eseguire ogni pensiero che dal profondo la comandava, trionfatrice stretta da nere catene; ogni atto accompagnato da consapevole eco. Così per trent'anni.
È inutile dire gli amori e i delitti, inutile ché le storie diventano lente quando c'è solo da recitare un elenco.
Non esiste peccato che non si debba presentare al giudizio di Dio. Trent'anni sono un povero atti:no. I peccati eterni battono all'infinito il martello del tempo.
In uno stesso pomeriggio, nello stesso istante, trent'anni dopo, apparve il bellissimo giovane, che sorridente disse:
« Eccomi, Lucida, sono venuto, sei mia, mia donna. Ripudiasti la tenerezza, la misericordia, la pietà, vendesti l'oro dei sentimenti, e sei del diavolo, completamente, figura del mio vessillo.
« Sono venuto a prenderti, Lucida, l'ora è scoccata, dammi la mano. »
D'un lampo in grassi vermi si cambiarono le bellissime membra, d'un lampo fu come già da trent'anni fosse in preda alla morte; lo specchio non più sorretto dalla mano, si piegò nell'umido tanfo, e in un boato, che fu udito per tutta la pianura di Lucca, Lucida sprofondò nell'inferno.
A quel pauroso rumore, guidati dal fumo e dallo zolfo, i familiari corsero alle stanze di Lucida, e, arrivati a quella degli specchi, videro l'alcova sostituita da un antro profondissimo. Smarriti, dopo le esclamazioni, segretamente in sospetto della verità, subito in accordo, non propalarono che del minimo la notizia e comandarono ai famigli di tappare subito quell'orrido buio. Quelli si misero all'opera, ma alle prime ombre della notte tutto ciò che avevano costruito sprofondò, e così accadde il giorno dopo e gli altri di poi e quanto più si accatastarono pietre e calce al primo buio precipitarono. (Anche oggi il soffio dell'inferno sale in quella stanza, sempre chiusa, della villa Mansi ).
I familiari, terrorizzati dalla verità, prevedendo il futuro, tentarono allora di far sparire ogni ricordo di Lucida, distrussero tutto ciò che poteva essere suo documento e anche la data di nascita e poiché non poterono distruggere l'intera pagina dei battesimi di quel giorno (30 giugno 1603) con l'inchiostro macchiarono tutto lo spazio riserbato alla registrazione dell'atto.
Ma non riuscirono nell'intento, ché Lucida non è morta.
Nelle notti favorevoli quando la luna è spenta e il cielo forse nonostante desideroso, Lucida su un cocchio infuocato, guidato dal bellissimo giovane, percorre il viale delle mura di Lucca e coloro, specie se giovani, che hanno la sventura di incontrarla ne sono ammaliati; chi, attraverso i secoli, l'ha vista e tenta di descrivere i particolari della sua bellezza ripete che gli occhi sono assomiglianti al ritratto della sorella, per il sorriso inebriante e fulgente non trovan parole e ugualmente inesprimibile è quel colore appena ambrato della pelle, e tutti dicono che Lucida ha in mano lo specchio e solo una dea potrebbe essere talmente bella. All'approssimarsi dell’alba, lasciando una colonna di fumo, il cocchio si immerge nel laghetto del giardino botanico che è sotto la parte interna delle mura, dal lato occidentale.
Durante il giorno, chi si sporge ai margini del piccolo lago e contempla con amorosa attenzione, a un tratto vede Lucida che a se stessa sorride, adagiata nell'alcova della sua seicentesca stanza. |