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LETTURA CREATIVA : I TESTI LETTI
Il mito di Pandora (Esiodo)
Gli dèi infatti tengon nascosto agli uomini il sostentamento,
se così non fosse, potresti lavorare un solo giorno
e per un anno ne avresti, anche restando nell'ozio,
ma Zeus lo nascose, adirato, dentro il suo cuore.
Perché Prometeo dagli astuti pensieri lo aveva ingannato,
per questo meditò per gli uomini tristi sciagure:
nascose il fuoco; ma ancora Prometeo
lo sottrasse per gli uomini a Zeus fulminatore,
e lo nascose in una canna cava.
A lui Zeus che aduna le nuvole disse adirato:
"Prometeo, tu che fra tutti nutri i pensieri più accorti,
tu godi del fuoco rubato e di avermi ingannato,
ma a te un gran male verrà, e anche agli uomini futuri:
io a loro, in cambio del fuoco, darò un male, e di quello tutti
nel cuore si compiaceranno, il loro male circondando d'amore".
Così disse e rise il padre di uomini e dèi:
e ad Efesto illustre ordinò poi che, veloce,
intridesse terra con acqua, vi ponesse dentro voce umana
e vigore e, somigliante alle dee immortali nell'aspetto, formasse
bella e amabile figura di vergine; poi ad Atena
che le insegnasse i lavori: a tesser la tela dai molti ornamenti,
e che grazia intorno alla fronte le effondesse l'aurea Afrodite
e desiderio tremendo e le cure che rompon le membra;
che le ispirasse un sentire impudente e un'indole scaltra
ordinò ad Ermes , il messaggero dal veloce parlare.
Così disse, e quelli obbedirono a Zeus figlio di Crono;
allora di terra formò l'illustre Efesto
un'immagine simile a vergine casta, secondo la volontà del Cronide;
la cinse e l'adornò Atena-occhi scintillanti
attorno le dee Grazie e Persuasione
le posero auree collane, attorno a lei
le Ore dalle belle chiome intrecciaron collane di fiori di primavera;
ed ogni ornamento al suo corpo adattò Pallade Atena.
Dentro al suo petto infine, Ermes veloce,
menzogne e discorsi ingannevoli e scaltri costumi
pose, come voleva Zeus che tuona profondo, e voce
le diede e chiamò questa donna:
Pandora, perché tutti gli abitatori delle case d'Olimpo
la diedero come dono, pena per gli uomini mortali.
Poi, dopo che l'inganno difficile e senza scampo ebbe compiuto,
ad Epimeteo il padre mandò Ermes ,
araldo veloce, a portare il dono degli dèi; ed Epimeteo
non ricordà di Prometeo il consiglio
di non accogliere mai dono da Zeus-Olimpio, ma rimandarlo
indietro, che qualche male non dovesse venire ai mortali:
però solo dopo che l'ebbe accolto, quando subì la disgrazia, capì.
Prima infatti sopra la terra la stirpe degli uomini viveva
lontano e al riparo dal male, e lontano dall'aspra fatica,
da malattie dolorose che agli uomini portan la morte
- veloci infatti invecchiano i mortali nel male -.
Ma la donna, levando con la sua mano dall'orcio il grande coperchio,
li disperse, e agli uomini procurò i mali che causano pianto.
Solo Speranza, come in una casa indistruttibile,
dentro all'orcio rimase, senza passare la bocca, né fuori
volò, perché prima aveva rimesso il coperchio dell'orcio
per volere di Zeus dallo scudo mirabile, che aduna le nubi.
E infinite tristezze vagano fra gli uomini
e piena è la terra di mali, pieno n'è il mare;
i morbi fra gli uomini, alcuni di giorno, altri di notte
da soli si aggirano, ai mortali mali portando,
in silenzio, perché della voce li privò il saggio Zeus.
Così non è possibile ingannare la mente di Zeus.


Il mito delle razze


Ora, se vuoi, darò coronamento al mio dire con un altro racconto,
bene e in modo opportuno, e tu nel tuo cuore riponilo,
come medesima origine fu agli dèi e ai mortali.

Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore.
Erano ai tempi di Crono, quand'egli regnava nel cielo;
come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava
la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia,
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c'era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti,
sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti,
ricchi d'armenti, cari agli dèi beati.
Poi, dopo che la terra coprì questa stirpe,
essi sono démoni, per il volere di Zeus grande,
benigni, sulla terra; custodi degli uomini mortali
della giustizia hanno cura e delle azioni malvagie,
vestiti di nebbia, sparsi dovunque per la terra,
datori di ricchezza: ebbero infatti questo onore regale.

Come seconda una stirpe peggiore assai della prima,
argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore,
né per l'aspetto all'aurea simile né per la mente,
ché per cent'anni il fanciullo presso la madre sua saggia
veniva allevato, giocoso e stolto, dentro la casa;
ma quando cresciuti giungevano al limitare di giovinezza
vivevano ancora per poco, soffrendo dolori
per la stoltezza, perché non potevano da tracotante violenza
l'un contro l'altro astenersi, né gli immortali venerare
volevano, né sacrificare ai beati sui sacri altari,
come è legge fra gli uomini secondo il costume. Allora costoro
Zeus Cronide li fece morire adirato, perché gli onori
non vollero rendere agli dèi beati che possiedono l'Olimpo.
E poi, quando anche questa stirpe la terra ebbe coperto,
costoro inferi beati sono chiamati presso i mortali,
genî inferiori, ma onore anche loro accompagna.


Zeus padre una terza stirpe di gente mortale
fece, di bronzo, in nulla simile a quella d'argento,
nata da frassini, potente e terribile: loro di Ares
avevano care le opere dolorose e la violenza, né pane
mangiavano, ma d'adamante avevano l'intrepido cuore,
tremendi; grande era il loro vigore e braccia invincibili
dalle spalle spuntavano sulle membra possenti;
di bronzo eran le armi e di bronzo le case,
col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c'era.
E costoro, dalle loro proprie mani distrutti
partirono per la tenebrosa dimora di gelido Ade,
senza fama; la nera morte per quanto temibili
li prese e lasciarono la splendente luce del sole.

E poi, dopo che anche questa stirpe la terra ebbe nascosto,
di nuovo una quarta, sopra la terra feconda,
fece Zeus Cronide, più giusta e migliore,
di eroi, stirpe divina, che sono detti semidei,
anteriore alla nostra sulla terra infinita.
Questi li uccise la guerra malvagia e la battaglia terribile
alcuni a Tebe dalle sette porte, nella terra di Cadmo,
combattendo per le greggi di Edipo,
altri poi sulle navi al di là del grande abisso del mare
condotti a Troia, a causa di Elena dalle belle chiome;
là il destino di morte li avvolse;
ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora
il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini.
Abitano con il cuore lontano da affanni
nell'isole dei beati presso Oceano dai gorghi profondi,
felici eroi ai quali dolce raccolto
tre volte in un anno, abbondante, produce il suolo fecondo,
lontano dagli immortali, ed hanno Crono per re;
lo liberò infatti il padre di uomini e dèi,
ed ora, con quelli, ha il suo onore, come conviene.

Zeus, poi, pose un'altra stirpe di uomini mortali
dei quali, quelli che ora vivono...

Avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe
di uomini, e fossi morto già prima oppure nato dopo,
perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno
cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,
affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi.
Però, anche per questi, ai mali si mischieranno dei beni.
Ma Zeus distruggerà anche questa stirpe di uomini mortali
quando nascendo avranno già bianche le tempie;
allora né il padre sarà simile ai figli né i figli al padre;
né l'ospite all'ospite, né l'amico all'amico
e nemmeno il fratello caro sarà come prima;
ma ingiuria faranno ai genitori appena invecchiati;
a loro diranno improperi rivolgendo parole malvagie,
gli sciagurati, senza temere gli dèi; né
ai genitori invecchiati di che nutrirsi daranno;
il diritto starà nella forza e l'uno all'altro saccheggerà la città.
Né il giuramento sarà rispettato, né lo sarà chi è giusto
o dabbene; piuttosto l'autore di mali e l'uomo violento
rispetteranno; la giustizia sarà nella forza e coscienza
non vi sarà; il cattivo porterà offese all'uomo buono
dicendo parole d'inganno e sarà spergiuro;
l'invidia agli uomini tutti, miseri,
amara di lingua, felice del male, s'accompagnerà col volto impudente.
Sarà allora che verso l'Olimpo, dalla terra con le sue ampie strade,
da candidi veli coperte le belle persone
degli immortali alla schiera andranno, lasciando i mortali,
Vergogna e Sdegno: i dolori che fanno piangere resteranno
agli uomini e difesa non ci sarà contro il male.

la notte perduta

 

Omero VII secolo Iliade


Gli altri capi degli Achei presso le navi
dormivano nella notte domati dal molle sonno:
ma il dolce sonno non si impadroniva dell’Atride Agamennone
pastore di popoli che molte cose agitava nell’animo.
 
descrizione della notte si trova nell’ottavo libro dell’Iliade: la battaglia è cessata e ha portato con sé il suo carico di sventura e di morte; i superstiti si preparano alla conclusione della giornata sedendo intorno al fuoco per cibarsi e ritemprarsi:
 


Per tutta la notte sul campo stettero, pieni d’orgoglio,
e arsero fuochi a migliaia; come quando in cielo,
intorno alla luna splendente, brillano luminose
le stelle quando nell’etere non spirano i venti;
e all’improvviso tutte le vette appaiono e i promontori estremi e le valli;
si è aperto, in alto, il cielo infinito, tutti gli astri si vedono,
e il pastore gioisce nell’animo; così, tra le navi e le acque dello Scamandro,
brillavano i fuochi che i Troiani accesero davanti a Ilio;
a migliaia ardevano nella pianura e intorno a ciascuno
cinquanta uomini stavano al bagliore della fiamma ardente.
Fermi accanto ai carri, i cavalli si cibavano di orzo bianco e di spelta
e attendevano l’aurora dal bellissimo trono.
 

Saffo 640 a.c.


Gli astri intorno alla bella luna /
subito nascondono l’aspetto lucente,
/ quando nel colmo della sua pienezza illumina /
la terra tutta /
... argentea.

È tramontata la luna e le Pleiadi,
e a mezzo è la notte,
e l'ora trascorre:
e io dormo sola.


Alcmane poeta nato a Sparta nel VII secolo –

Dormono le cime dei monti e le gole
i picchi e i dirupi,
e le famiglie di animali, quanti nutre la nera terra, e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api
e i mostri negli abissi del mare purpureo;
dormono le schiere degli uccelli dalle larghe ali.
 

 


  notturno che leggiamo in Apollonio Rodio (III)


Intanto la notte avvolgeva di tenebre la terra: sul mare,
dalle loro navi, i marinai guardavano l’Orsa e le stelle di Orione;
il viandante e il guardiano erano ormai bramosi di sonno;
anche la madre che aveva perduto i suoi figli
era immersa in un profondo sopore;
non un latrato di cani, non il più lieve rumore si udiva per la città;
il silenzio dominava le tenebre notturne.
Ma Medea non fu vinta dal dolce sonno
  

MALATTA E CURA (LA MEDICINA E LE SUE RIVALI)
Parte I: medicina e magia

Catone,De agricultura, 160 (trad. G. Luck) Se si e` prodotta una lussazione, puo` essere guarita con il seguente incantesimo. Prendi una canna verde lunga quattro o cinque piedi, fendila in due parti lungo il centro e due uomini le tengano vicine alle loro anche. Comincia a recitare: «motas uaeta daries dardaries astataries dissunapiter» e continua fino a quando le due meta` si ricongiungano. Brandisci al di sopra un coltello. Quando le due meta` si incontrano e una tocca l’altra, afferra la canna con la mano e tagliala a destra e a sinistra, applicala alla lussazione o alla frattura e guarira`. Cio` nondimeno recita ogni giorno per la lussazione anche in questo modo «huat haut haut istasis tarsis ardannabou dannaustra».
II III dc Quinto Sereno, Liber medicinalis, vv. 935ss. Per scacciare le febbri malariche scriverai su un pezzo di papiro la parola abracadabra; la riscriverai piu` volte di sotto, togliendo ad ogni riga le lettere alle estremita`; e le parti della figura devono diminuire sempre di piu` una dopo l’altra; parti che tu toglierai ad una ad una mettendone delle altre, finche´ lo scritto non si riduca a uno stretto cono: ricordati di appenderlo al collo con questi legacci di lino. I II III
ABRACADABRA ABRACADABR ABRACADAB ABRACADA ABRACAD ABRACA ABRAC ABRA ABR AB
(T6) Luciano, Gli innamorati della menzogna, o l’incredulo, 52,5-10 (trad. V. Longo) [6] TICHIADE:suggerendo inoltre ciascuno una certa terapia; diceva infatti Cleodemo:
«Ebbene, se con la sinistra si raccoglie da terra un dente di toporagno ucciso nel modo che ho detto prima, lo si fissa ad una pelle di leone appena scuoiato e si avvolge poi questa intorno alle gambe, il dolore cessa immediatamente».
intervenne Dinomaco –,«Non in una pelle di leone io ho sentito – ma di cerva non ancora montata; e la cosa e` piu` credibile in questo senso, che la cerva e` un animale veloce e il suo e` vigore soprattutto di zampe. Il leone e` coraggioso e il suo grasso, il suo piede anteriore destro, i peli rigidi dei suoi baffi hanno un grande potere, se si sanno usare con la formula magica a ciascuna parte appropriata, ma non promette affatto la guarigione dei piedi.»
«Anch’io una volta sapevo cosi`, che occorre che la pelle sia di cerva, perche´ la cerva e` veloce; ma Recentemente un Libico, conoscitore di tale materia, ha corretto le mie nozioni dicendo che i leoni sono piu` veloci delle cerve. “in realta` quando le inseguono, le raggiungono».
I presenti approvarono, dando ragione al Libico. [8] Ma io dissi:
«Voi pensate dunque che i malanni come questi cessino grazie a qualche formula magica o agli amuleti, che sono fuori, mentre il male si trova dentro?».
«Che dici, Tichiade? Ti pare incredibile che possa venire da pratiche come queste qualche sollievo per le malattie?». «
Si` – o dovrei essere di mente cosi` ottusa da credere che oggetti esterni e che nulla hanno in comune con le forze che dall’interno generano malattie agiscano, come dite, insieme con formulette e qualche stregoneria, procurando la guarigione col solo stare appesi. Il che non potrebbe accadere nemmeno se avvolgessero sedici toporagni nella pelle del leone Nemeo: prova ne sia che io vidi piu` di una volta il leone stesso zoppicare per i dolori dentro l’intera sua pelle». [9]
«Dicendo cose simili – ribatte´ Dinomaco – se e` vero che pensi che non sia possibile vengano operate guarigioni da nomi sacri, mi dai l’impressione di credere che neppure gli de`i esistano».
«Questo – obiettai io – non devi dirlo, egregio amico: nulla impedisce, infatti, che, pur esistendo gli de`i, tuttavia cose del genere siano false. Io venero gli de`i e vedo le guarigioni che vengono da loro e come beneficano gli ammalati rimettendoli in piedi coi farmaci e con l’arte medica: lo stesso Asclepio e i suoi figli curavano i pazienti spargendo su di loro farmaci lenitivi, non mettendo loro intorno leoni e toporagni».
Ippocrate, L’Antica Medicina, 20 (trad. M. Vegetti) Dicono certi medici e filosofi che non sarebbe in grado di conoscere la medicina chi non sapesse ‘che cosa e` l’uomo’, e che questo appunto deve apprendere chi desidera curare correttamente gli uomini. Io ritengo invero che una scienza in qualche modo certa della natura non possa derivare da nient’altro se non dalla medicina, e che sara` possibile acquisirla solo quando la medicina stessa sara` stata tutta quanta esplorata con metodo corretto; ma da cio` si e` molto lontani, dico dal conquistare un esatto sapere su cio` che e` l’uomo, sulle cause che ne determinano la scomparsa, e altre simili questioni. Questo almeno mi sembra necessario che il medico sappia sulla natura e faccia ogni sforzo per sapere, se vuol adempiere in qualche modo ai suoi doveri, e cioe` che cos’e` l’uomo in rapporto a cio` che mangia e a cio` che beve e a tutto il suo regime di vita, e quali conseguenza a ciascuno da ciascuna cosa derivino; e non dica semplicemente: «e` un cattivo cibo il formaggio: ha dei dolori chi se ne e` riempito», ma sappia quali dolori e perche´ e a quali parti del corpo il formaggio e` controindicato: perche´ vi sono molti altri cibi e bevande cattive che pero` non agiscono sull’uomo allo stesso modo. Mi si facciano allora asserzioni di questo tipo: «il vino non annacquato, bevuto in abbondanza, agisce in questo e in questo modo sull’uomo»: allora tutti quelli che lo sanno, comprenderanno che questa e` la proprieta` stessa del vino e che esso ne e` la causa: e su quali parti del corpo ha soprattutto il suo effetto, lo sappiamo. Una tal verita` voglio che appaia chiara anche sul resto. Il formaggio infatti, per valermi di nuovo di questo indizio, non disturba tutti alla stessa maniera, ma vi sono alcuni ai quali giova, e che, mangiandone in abbondanza non solo non ne soffrono in alcun modo, ma ne ricavano meravigliose energie; altri invece a fatica lo digeriscono. Differiscono dunque le nature di costoro, e la differenza sta in questo caso in quell’elemento del corpo che e` ostile al formaggio e da esso e` eccitato e messo in movimento: e coloro ai quali un tale umore e` toccato piu` abbondante e piu` attivo nel corpo, e naturale che ne soffrano di piu`. Se invero il formaggio fosse nocivo per ogni natura umana, tutti ne soffrirebbero.
Diocle di Caristo IV Dopo essersi presi cura del proprio corpo bisognerebbe andare a pranzo. E` evidente che per quanto riguarda il pranzo e in generale per il regime nel suo complesso, non dovra` essere ne´ caldo e secco d’estate, ne´ freddo e umido d’inverno e una via di mezzo in primavera e in autunno. Per quanti vogliono vivere con un peso misurato, e` sufficiente in estate, per la salute e per avere una energia adeguata nel corso della giornata, bere per pranzo una combinazione, in giusta misura, di orzo e di vino bianco dal profumo dolce, con non troppo miele e acqua, oppure una zuppa di sostanze che non producano flatulenza, ma siano facili da digerire e nutrienti, prese non troppo calde, o al naturale o con un poco di miele. Se non si vuole assumere il cibo in tal modo, e` opportuno prenderlo freddo e nella quantita` che si e` in grado di digerire prima degli esercizi fisici. Come cibo cotto prendera` verdure bollite, zucca, o cetriolo o un’altra verdura di stagione, semplicemente bollita. Si dovra` bere vino bianco diluito, finche´ non si ha piu` sete. Prima di assumere cibo bisognerebbe bere acqua, in quantita` maggiore, se si ha sete, minore, se non se ne ha.
Orazio,65 ac Satire 2,2,1-4; 70-88 (trad. M. Ramous) Quale e quanta virtu´, amici miei, sia vivere di poco (e non e` predica mia questa, ma precetti d’Ofello, un contadino saggio,senza una scuola e di scarsa cultura), questo imparate, ma non tra piatti e mense sfavillanti, quando l’occhio e` abbagliato da splendori insensati e l’animo, incline a false attrattive, rifiuta cio` che conta: dunque digiuni, ragioniamone qui fra noi. [...] Ora ascolta quali e quanti vantaggi arrechi la frugalita`. Prima di tutto una buona salute: come sia nociva all’uomo la varieta` dei cibi puoi capirlo se ti ricordi il giorno in cui hai digerito bene un alimento semplice; se invece mescoli bollito e arrosto, frutti di mare e tordi, queste delizie si mutano in fiele e il blocco della digestione ti porta lo scompiglio nello stomaco. Non vedi come ognuno s’alza pallido da una cena con l’imbarazzo della scelta? In piu´ un corpo appesantito dagli stravizi del giorno passato deprime con se´ anche l’anima e inchioda a terra quella sua particella di soffio divino). L’altro invece, ristorate le membra in men che non si dica e dopo averle abbandonate al sonno, si leva fresco di forze ai compiti che l’attendono. Nessuno vieta poi che qualche volta possa darsi buon tempo, se nel corso dell’anno torna un giorno festivo o vuol ritemprare un corpo troppo infiacchito, soprattutto quando, trascorsi gli anni, l’eta` malferma chiede maggiori riguardi: ma tu, quando ti cogliera` spietata una malattia o la vecchiaia coi suoi acciacchi, quali delicatezze aggiungerai a quelle, che ancora giovane e robusto anzitempo ti gusti?


Seneca, 65 dc Lettere a Lucilio, 95,25-29 (trad. C. Barone) 25 Buon dio, a quanti uomini da` da fare un solo ventre! Ma come? Credi che quei funghi, voluttuoso veleno, non abbiano un effetto nascosto, anche se non istantaneo? Non pensi che quel ghiaccio d’estate produca un indurimento del fegato? E che le ostriche, carne inerte ingrassata nella melma, trasmettano la loro limacciosa pesantezza? E quella salsa che viene dalle province, preziosa poltiglia di pesci guasti, non credi che bruci le viscere col suo piccante marciume? E quella carne purulenta che passa dal fuoco alla bocca secondo te si raffredda nello stomaco senza provocare danni? Eruttano in maniera disgustosa e pestilenziale; che nausea di se stessi provano a mandar fuori i miasmi della crapula del giorno prima! Il cibo non lo assimilano: marcisce. 26 Ricordo che mi e` stato raccontato di un piatto famoso in cui il taverniere aveva ammassato, affrettando la sua rovina, tutte quelle vivande che nelle case dei signori vengono servite nel corso di una giornata: conchiglie di Venere, spondili e ostriche tagliate fin dove si possono mangiare, divise e intervallate da ‹tordi›; ricci e triglie fatte a pezzi senza lische, ricoprivano interamente il piatto. 27 Ormai non piace piu` gustare vivande singole: si mescolano sapori diversi. Durante il pranzo avviene quello che dovrebbe avvenire nello stomaco: ormai mi aspetto che vengano serviti cibi gia` masticati. E non ci manca molto: si tolgono gusci e ossa e il cuoco svolge la funzione dei denti. “E` scomodo far baldoria assaporando le vivande una per una: mettiamo tutto insieme a formare un sapore unico. Perche´ mettere mano a un solo piatto? Ne vengano serviti molti simultaneamente, si uniscano e si mescolino portate diverse e raffinate. 28 Chi affermava che tutto cio` si fa per ostentazione e desiderio di notorieta` sappia che queste vivande non sono messe in mostra, ma presentate al giudizio di ognuno. Quei cibi che di solito si servono separatamente vengano uniti, immersi nello stesso intingolo; non ci siano distinzioni; ostriche, ricci, spondili, triglie siano messi in tavola cotti insieme e mescolati.” Il cibo che si vomita non potrebbe essere piu` mescolato. 29 Le malattie che nascono da piatti cosi` confusi sono complesse, oscure, diverse, multiformi, e per combatterle la medicina ha cominciato a munirsi di svariati metodi e ricette.
(T11) Seneca, Lettere a Lucilio 95, 15ss.; trad. di G. Monti [con adattamenti] La medicina era un tempo scienza di alcune erbe adatte a stagnare il sangue e a cicatrizzare le ferite; poi, poco alla volta, ha raggiunto la grande complessita` di oggi. Si comprende facilmente che essa aveva meno da fare quando gli organismi umani erano saldi e robusti, quando il nutrimento era semplice e non adulterato da raffinatezze sensuali. Ma dopo che, in luogo di cercare il cibo per placare la fame si ricorse ad esso per solleticarla, e dopo che furono trovati migliaia di condimenti per eccitare l’ingordigia, quello che era alimento per lo stomaco affamato e` diventato un peso per lo stomaco pieno. [16] [Di qui il pallore, il tremito nervoso degli avvinazzati, la magrezza dei dispeptici, piu` miserabile di quella degli affamati; di qui il vacillare sui piedi malfermi e un continuo barcollare come in un eccesso di ubriachezza; ] di qui l’infiltrarsi di umori malsani che si diffondono sotto la pelle [in totam cutem umor admissus], e il ventre gonfio per la viziosa abitudine di ricevere piu` di quanto possa contenere; di qui l’itterizia che rende il volto giallognolo, il decomporsi di organi [tabes ... putrescentium], le dita irrigidite per la paralisi delle articolazioni [retorridi digiti articulis obrigenscentibus], il sistema nervoso debilitato e intorpidito, i muscoli privi di sensibilita` o agitati da tremiti ininterrotti [...] 18 Perche´ riferire le altre innumerevoli malattie che sono i supplizi inferti al lusso sfrenato? Erano immuni da tutti questi malanni coloro che non si erano ancora debilitati nei piaceri, che potevano sia comandare che prestare servizio a se stessi [sibi imperabant, sibi ministrabant] [...] 20 Il piu` grande dei medici, il fondatore della medicina, affermo` che le donne non vanno soggette ne´ alla caduta dei capelli ne´ ai dolori ai piedi: eppure ora esse perdono i capelli e soffrono di podagra [pedibus aegrae sunt]. La natura delle donne non e` mutata, ma sconfitta; una volta che si sono rese pari agli uomini nelle dissolutezze, si uguagliano a loro anche nel subire gli stessi malanni. [...] Che c’e` dunque da stupirsi se il piu` insigne dei medici, che conosceva profondamente le leggi della natura e` stato smentito nelle sue affermazioni dal fatto che tante donne sono podagrose [podagricae] e calve? Hanno perduto in conseguenza dei vizi il privilegio del loro sesso, e, per aver rinunciato alla femminilita`, sono condannate alle malattie proprie degli uomini.
(T 12) Persio, Satire 5,56-61 ( trad. F. Bellandi) C’e` chi, ben sazio di cibo preferisce ingrassare col sonno ristoratore; questi non se ne viene mai via dal Campo Marzio, questi si fa mandare in rovina dai dadi, l’altro ancora s’e` rammollito con le donne; ma quando la pietrosa chiragra [lapidosa cheragra] ha ridotto le articolazioni ai rami di un vecchio faggio, allora si lamentano, ma troppo tardi, di aver trascorsa crassamente la vita tra nebbie fumose di palude e d’essere ancora costretti a vivere.
(T 13) Seneca, La vita beata, 17, 1; 3s.; (trad. P. Ramondetti). Se percio` uno di costoro che abbaiano contro la filosofia dira` cio` che dicono sempre: «Perche´ dunque nella tua vita non c’e` la stessa forza che nelle tue parole?» [...] 3. [...] rispondero` questo: non sono un sapiente e, per pascere il tuo malanimo, neppure lo saro`. Devi pertanto pretendere da me non che io sia pari ai migliori, ma che sia migliore dei malvagi: a me basta questo, togliere ogni giorno qualcosa dai miei vizi e biasimare i miei errori. 4. Non sono arrivato alla sanita`, neppure ci arrivero`; sono lenimenti piu` che medicamenti [remedia] quelli che compongo per la mia gotta [podagrae], soddisfatto se i suoi attacchi sono piu` rari [rarius accedit] e se provoca fitte meno acute [minus verminatur]: ma paragonato ai vostri piedi, o storpi, io sono un corridore.
(T14) Plutarco, Precetti Igienici, 128D-F; 137D (trad. L. Senzasono) E` bene che, a chi e` incapace di dominarsi per l’attrazione dei piaceri e si lascia piegare o trascinare dai desideri, s’insegni e ricordi che i piaceri traggono dal corpo la massima parte della soddisfazione. [...] nel corpo sono i migliori condimenti dei cibi che si somministrano, purche´ si somministrino a un corpo sano e ben purgato. Ognuno di tali cibi e` dolce o costoso indipendentemente dal fruitore e di per se stesso, ma e` proprio della sua natura diventare gradevole in chi lo gradisce e in relazione con lui, a condizione che sia in accordo con la natura; invece in coloro che sono irritabili, storditi dall’ubriachezza e male in arnese, tutto perde la propria attrattiva e la propria freschezza. Percio` non dobbiamo tanto osservare se il pesce e` fresco, se il pane e` bianco, se il bagno e` caldo, o se la cortigiana e` di bell’aspetto, ma se noi stessi non siamo intorbidati da residui, o ingombri dal ristagno dell’ultimo pasto, o comunque affetti da disturbi. Altrimenti, come dei buontemponi ubriachi che irrompono in una casa in lutto non arrecano allegria o piacere, ma provocano pianti e lamenti, cos’ i piaceri erotici, le vivande, i bagni e il vino, unendosi agli elementi instabili e guasti, sommuovono, sconvolgono e oltre a cio` continuano a eccitare il flegma e la bile, ma non procurano alcun piacere che metta conto di menzionare, ne´ alcun godimento corrispondente a quello che ci si aspetta. [...] T15 Plutarco, Precetti Igienici 137D [...] quando l’anima non vuole concedere un po’di rilassamento e di abbandono al corpo sofferente e bisognoso, per un attacco di febbre o di vertigine sopraggiunto poco dopo, lascia i libri, le discussioni e gli studi, costretta a condividerne la malattia e la spossatezza. Quindi giustamente Platone consiglia di non muovere il corpo senza l’anima, ne´ l’anima senza il corpo, ma di badare a mantenere il loro equilibrio come quello d’una pariglia di cavalli, quando piu` intensamente il corpo coopera con l’anima e ne condivide la fatica, risarcendolo con le cure piu` attente e convincendosi che, fra i beni che ci elargisce la salute, di per se´ bella e amabile, il piu` bello e` la possibilita` di acquistare e praticare la virtu` senza impedimenti, sia nelle parole che nei fatti.
(T17) iscrizione n. 17B Herzog, p. 15 Ero al fiume con il mio fidanzato, passeggiavamo e ogni tanto raccoglievamo una pietra colorata o un fiore, quando da sotto una sasso un serpente piantò i suoi denti velenosi sul lato del piede di Cleogene vicino al mignolo. A parte il bruciore che non si placava per giorni, e la febbre che lo prese nonostante le erbe applicate, gli rimase un dolore pulsante e costante, il dito era diventato grande e rosso come un chicco d'uva, non poteva per molti giorni camminare. Un medico suggerì delle formule magiche, le recitammo insieme per alcuni giorni : tutto inutile, poi un mio vicino mi consigliò vivamente di recarci al tempio di Asclepio di Epidauro. Preparammo le cose per il viaggio e ci avviammo accompagnati da un servo anziano. Io e il servo camminavamo e lui cavalcava l'asino. Giunti all'Asclepeion, per due giorni nulla accadde poi , Cleogene fu invitato a sedersi su una sedia e fummo accompagnati all'interno del tempio. Era molto scuro, vi erano anche altri supplicanti, chi sdraiato su un pagliericcio chi appoggiato ad un muro. Deposi io le offerte di fichi e di orzo su un altare. Poi Cleogene si addormentò. Un serpente di grandi dimensioni uscì da una stanza più interna del santuario e con rapidità gli giunse vicino, in quel momento non crederete ma non avevo paura. Il serpente sfiorò il dito della mio fidanzato con la lingua e dopo aver fatto questo sparì. Cleogene si svegliò dopo qualche tempo si alzò e mi venne incontro senza zoppicare, il suo piede era guarito.! “Sai, mi disse, ho sognato che un bel giovane mi ha applicato un balsamo sul dito”
(T18) XII Herzog, p. 15
Mi chiamo Eusippo, sei anni fa durante una battaglia navale, fui colpito da una freccia, qui alla mascella, la freccia fu estratta ma la punta rimase conficcata nell'osso e non ci fu verso di estrarla. Per sei anni ho mangiato pappine, per sei anni ho avuto difficoltà a parlare, e poi dolori come lampi quando faceva freddo. Un mio amico mi consigliò di recarmi da un medico famoso per le sue formule magiche, avevo deciso di partire per recarmi da lui quando una notte sognai il dio Asclepio che mi ordinava di recarmi al suo tempio se volevo guarire.
Il giorno dopo partii immediatamente, solo, non persi neanche tempo a cercare chi mi accompagnasse. Arrivato all'Asclepeion fui fatto entrare allinterno del tempio. Qui lasciai le mie offerte e mi sdraiai su un pagliericcio.C'erano molte altre persone che immagino avessero tutte malattie da cui cercavano guarigione. Un sacerdote mi diede dell'acqua da bere. La mascella cominciò a fare molto male, non riuscivo a riposare, ma la stanchezza del viaggio era tanta e mi addormentai. Sognai che da un lato oscuro del tempio improvvisamente il Dio stesso venne rapidamente verso di me dopo essersi soffermato presso altri due sacrificanti. Appoggiò le dita sulla mia testa poi prese la mia mano fra le sue poi si allontanò per scomparire poco dopo. Non so quanto ancora dormii. Quando mi svegliai ero molto riposato, ma soprattutto non sentivo più alcun dolore, aprii la bocca e mi resi contoche potevo spalancarla senza problemi: la punta della freccia non c'era più. Ma avevo qualcosa nella mia mano..indovinato? La punta della freccia

--Desideravo ardentemente avere un figlio, mi recai dunque al tempio, dopo essermi addormentata si avvicino un ombra luminosa che credo di poter dire con certezza fosse il Dio. Con voce gentile mi chiese cosa io desiderassi e io gli espressi il mio grande desiderio di concepire una bimba. Il dio mi chiese se volessi altro, ma io risposi che questo era il mia sola ed unica richiesta.Tornata a casa dopo brevissimo tempo rimasi incinta, ne ero molto felice e grata al Dio, ma la gravidanza si prolungava più del previsto, aspettavo da una luna all'altra, ma trascorsero addirittura tre anni. Temevo per la mia salute e per quella della mia bambina. Mi recai di nuovo al tempio per chiedere che il dio favorisse il parto. Nel tempio mi prese il sonno e giunse il Dio e mi chiese se non fossi contenta che la mia richiesta fosse stata esaudita. Per questo lo ringraziai, ma lo pregai che ora mi aiutasse a portare alla luce la bambina. “Questo prima non lo avevi chiesto mi disse. Ma ora che mi preghi esaudirò il tuo desiderio.” Terminato il sogno fui condotta fuori dal tempio, qui non si può né nascere né morire, e in breve nacque la bimba, che appena nata passeggiò con me sino ad una fonte sorgiva e io l'aiutai a lavar
Per ringraziamento lasciai questa tavola su cui feci scrivere “Non è da ammirarsi la dimensione della tavola, ma la grandezza del Dio perché Itmonica di Pelle per tre anni portò nel ventre il fardello finché non dormì nel tempio e il Dio la guarì”

da Pluto

ARISTOFANE – Vsec(IL TESTO HA SUBITO QUALCHE ADATTAMENTO)


CARIONE «Non sarebbe meglio chiamare un medico?»
MOGLIE «Ma che medico c’e` ancora in questa citta`? e` finita l’arte antica, questi di ora sono tutti dei cialtroni, poi lo sai chiedono tantdi quei soldi...e così alla fine nessuno li paga e i medici non si trovanopiù
CARIONE «Cosa suggerisci di fare allora ?»
MOGLIE « Un medico non lo troviamo. Ma per Zeus padre, come non averci pensato, conduciamolo ad Epidauro e facciamolo coricare nellAsclepeion, non c’e` altro mezzo! Il tempio di Asclepio di Epidauro è famoso per le sue guarigioni e poi per noi è il più vicino».
E così Pluto fu condotto all'Asclepion dopo alcuni giorni Carione tornò a casa
MOGLIE allora come è andata ? Hai visto il dio ? Il vecchi oè guarito ? C'erano tante persone che venivano da lontano dai racconta..
CARIONE Calma un momento ti racconto tutto
MOGLIE E' vero he arrivano ad Epidauro anche dal lontano oriente ? Cosa è successo appena siete arrivati ?
CARIONE Appena siamo arrivati dal dio, portando con noarii Pluto, un tempo infelicissimo, ora il piu` fortunato e felice di tutti, per prima cosa l’abbiamo immerso nell’acqua del mare e lavato.
MOGLIE Hai ragione, e` una bella fortuna per un vecchio essere lavato con acqua fredda di mare!
CARIONE Poi siamo entrati nel recinto; e dopo avere consacrato le focacce e le altre offerte alla fiamma del fuoco, facciamo coricare Pluto secondo l’uso e noi ci buttiamo su un letto di foglie.
MOGLIE C’erano altri supplicanti qualcuno che conoscevi?
CARIONE Neoclide, quello che e` cieco, ma per rubare supera tutti i vedenti. E molti altri, con ogni genere di malattia. Spente le luci, il ministro del dio ordino` di dormire, e di tacere, anche se avessimo sentito qualche rumore; e tutti ci coricammo disciplinatamente. Ma non mi riusciva di prendere sonno: mi faceva impazzire una pentola di polenta, poco lontana dalla testa di una vecchia, e avevo un desiderio terribile di sgattaiolare fin la`. Alzo gli occhi e vedo il sacerdote che arraffa le torte e i fichi secchi della tavola sacra; poi fa il giro di tutti gli altari per vedere se c’era rimasta qualche focaccia, poi mette il tutto a consacrarsi nella sua borsa. Allora sono andato a prendere la pentola: avevo capito la santita` dell’atto.
MOGLIE Sciagurato, non avevi paura del dio?
CARIONE Si`, che con le sue bende sacre arrivasse alla pentola prima di me. Bastava vedere il comportamento del prete! A sentire il rumore, la vecchia ha alzato una mano, ma io gliel’ho addentata, fischiando come fa il serpente ganascione. Lei, svelta, ritira la mano e si rimette giu` tutta imbacuccata, scoreggiando per la paura peggio di una gatta. Io mi sono fatta fuori buona parte della pentola, e ho smesso solo quando ero pieno.
MOGLIE E il dio non era venuto?
CARIONE Non ancora, ma poi gli ho fatto un bello scherzo. Quando e` arrivato, io avevo il ventre gonfio e gli ho mollato una scoreggia.
MOGLIE E gli hai fatto schifo!
CARIONE Neanche per idea. Solo Iaso, che lo seguiva e` arrossita, e Panacea si e` voltata, tappandosi il naso: non scoreggio propriamente incenso.
MOGLIE E lui?
CARIONE Come niente fosse.
MOGLIE Cosi` cafone il dio?
CARIONE Merdoso, direi piuttosto.
MOGLIE Sciagurato!
CARIONE Poi mi sono coperto in tutta fretta per la paura, e lui ha fatto il giro, esaminando per bene tutti i malati. E un ragazzo gli ha portato un piccolo mortaio di pietra, un pestello e un cofanetto.
MOGLIE Pure di pietra?
CARIONE No, il cofanetto, no

. MOGLIE Ma come hai fatto a capire, disgraziato, se eri tutto coperto?
CARIONE Attraverso il mantello: ha dei buchi e anche tanti. Prima di tutto comincio` a preparare un unguento per Neoclide, con tre teste d’aglio di Teno, pestandole e mischiandoci silfio e lentisco; poi l’allungo` con aceto di Sfetto e unse le palpebre del malato, rivoltandole per parlo soffrire di piu`. Quello strillava, urlava, coleva scappare, ma il dio gli disse ridendo: «Con questo impiastro resterai qui: ti faro` smettere io di spergiurare in assemblea».
MOGLIE Un dio patriottico, oltre che sapiente.
CARIONE Poi sedette accanto a Pluto e subito gli tocco` la testa, poi con un fazzoletto pulito gli asciugo` le palpebre. Panacea gli copri` la testa con un velo di porpora, poi il dio fischio` e due serpenti enormi schizzarono fuori dal tempio.
MOGLIE Aiuto!
CARIONE S’infilarono pian piano sotto la porpora e mi e` parso di vedere che cominciarono a leccargli le palpebre; e nel tempo che tu ci metteresti a far fuori dieci bicchiari di vino, Pluto si rialzo` e ci vedeva. Io battei le mani dal piacere e svegliai il padrone, mentre il sio scompariva nel tempio, e con lui i serpenti. Puoi immaginare come i vicini abbracciarono Pluto, e restarono svegli tutta la notte, fino all’alba. E io resi grazie al dio che aveva ridato la vista a Pluto e reso Neoclide ancora piu` cieco.

 

 

 

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